Guy Harloff
Un velo di mistero e di leggenda ammanta tuttora la singolare figura di Guy Harloff. Nato a Parigi nel 1933 da padre olandese con origini russe e madre svizzera, ha abitato ovunque: in Ungheria da bambino, a Londra, New York, Milano, Venezia, ma anche in Marocco e Medio Oriente. Definito “esploratore insaziabile” dal critico Patrick Waldberg, il suo bisogno di autonomia e di rivelazioni ne ha sempre improntato il percorso umano e artistico, conducendolo su sentieri inesplorati. Avvinto dalla baudelairiana avventura “splenetica”, dannatamente bisognoso di abbeverarsi dei misteri della vita, ha coltivato un’idea mistica e sacrale dell’arte, rimanendo un puro che rifiutava di entrare nel sistema istituzionalizzato. Ciò che a lui interessava era avere il necessario per potersi dedicare ai molteplici interessi che la sua sbrigliata curiosità inseguiva: la psicanalisi, le culture orientali, la tradizione taoista e sufista, gli studi alchemici e animisti. «Lavoro da quasi trent’anni», scriveva nel marzo 1983. «Forse non ho ancora iniziato veramente. La pittura, come estetica, fatto culturale o di moda, non mi interessa. È solo un metodo, un veicolo come un altro per arrivare a una conoscenza di sé, a una realizzazione». La prima esperienza che lo portò a plasmarsi un luogo tutto suo dove convivere con i libri che lo avevano formato, la musica che lo accompagnava mentre dipingeva, gli strumenti del mestiere, fu l’imbarcazione Le Devenir, che si costruì in parte da solo e che, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, divenne la sua unica fissa dimora ormeggiata a Venezia e poi a Chioggia. Abbandonata la vita di mare si trasferì in America dove a bordo di un camper compì numerosi viaggi.