Ben Vautier
Nato a Napoli nel 1935, nel 1949 si trasferisce a Nizza con la madre, città dove vivrà e lavorerà per gran parte della sua vita. Autodidatta, grande appassionato della ricerca di Marcel Duchamp, inizia a “firmare” oggetti anonimi in un iniziale processo di annullamento del confine tra arte e vita; una carriera eclettica che sfocia nel 1958 anche in un negozio di dischi a Nizza chiamato Laboratoire 32 e, successivamente, anche nell’apertura della galleria Ben Doute de Tout (“Galleria Ben dubita di tutto”); luoghi che, prima di ogni loro obiettivo commerciale, fungevano piuttosto da “salotto” d’incontro. Un contesto connettivo congeniale che gli valse la conoscenza di personalità come Yves Klein – artista che lo introduce ai concetti del Nouveau Réalisme – e George Maciunas, artista e architetto lituano, tra i più appassionati sostenitori e acceleratori di Fluxus e che lo inizia al Dadaismo e alla musica di John Cage. Su queste premesse e sul lavoro sinergico di un folto gruppo di artisti tra cui possiamo citare anche Joseph Beuys, George Brecht, Giuseppe Chiari, Dick Higgins, Allan Kaprow, Alison Knowles, Wolf Vostell, Robert Watts e moltissimi altri, prende vita questo movimento artistico caratterizzato, paradossalmente, da una filosofia di anti-arte; insieme, tutti tesi a contrastare le convenzioni estetiche anni ’50 fortemente permeate dal modernismo, da valenze esistenzialiste e teatro della prima pop art, un percorso storico che arriva ad una delle sue estreme manifestazioni con la figura di Jackson Pollock, l’uomo-artista chiuso nel suo studio e consumato da un percorso arte-vita assolutamente solipsistico. Si delinea quindi una figura dell’artista nuova, slegata da qualsiasi virtuosismo, ironico e libero di proporre il proprio pensiero tramite performance, happening, musica, piccoli oggetti sarcastici, libricini e poesie. Vautier fu un convinto sostenitore di tutto ciò; dell’idea che “tutto è arte”, non solo incorporando la frase “tout est art” in molte delle sue opere, ma abbracciando la vita stessa come inscindibile dalla stessa. Con i suoi dipinti basati su testi apodittici divenne una delle voci più riconoscibili del movimento; la sua calligrafia in corsivo, quasi infantile, diventa un vero e proprio marchio di fabbrica, un linguaggio visivo attraverso cui esprimeva idee e concetti profondi con disarmante semplicità; le sue performance, spesso provocatorie e ironiche, ribadiscono il concetto di “arte” come esperienza partecipativa, in grado di coinvolgere il pubblico in maniera attiva e riflessiva.